Con L’altra ci incontrammo a Roma per la prima volta.
Ricordo ancora quei momenti prima di conoscerla di persona, dopo che per settimane c’eravamo sentite anche 10 volte al giorno per telefono. Allora io ero un povero universitario squattrinato e mi sembrava impossibile che qualcuno spendesse per me decine di migliaia di lire di celluarae per ascoltarmi.
Lei era scesa in un albergo nei pressi di Fontana di Trevi. Era la prima volta che vedeva la Capitale ed io, d’altro canto, ci vivevo solo le giornate all’università… non potevo proprio dire di esserne un suo cittadino, semmai un assiduo frequentatore.
Chiesi alla reception, non appena arrivai, quale fosse la sua stanza e se potevano chiamarla in camera, ma non ce ne fu bisogno.
Pochi squilli dopo avermi passato la cornetta del telefono, il tipo dell’albergo mi disse che stava scendendo in quell’istante dalle scale.
Non c’eravamo mai visti, solo una foto tessera scannerizzata ed inviata via email. Fu una sensazione stranissima averla davanti ai miei occhi; come il materializzarsi di un sogno alle prime luci dell’alba.
Era bellissima nel suo tallieur un pò avvitato mentre, con qualche difficolta, scendeva le poche scale rimaste. Il suo passo era incerto per via di quelle fantastche scarpe bordeaux lucide, dal tacco decisamente troppo alto.
Mi avvicinai a lei e in un attimo ci fondemmo in un abbraccio che sapeva più di “finalmente ti conosco, dopo tutto quel tempo al telefono”, “finalmente hai un volto, una corporatura…. finalmente sento l’odore della tua pelle”.
Fu bellissimo e tenerissimo allo stesso tempo. Dieci secondi lunghi come un addio. Il mondo c’era passato accanto e noi non ce ne eravamo resi neanche conto, disciolti com’eravamo l’uno nell’altra.